Lo stile invisibile del ghost writer

Periodo di iperattività. Libri da scrivere, da progettare, persone da incontrare… e il mio romanzo che si sviluppa poco alla volta, con grande trepidazione e lentezza. Ce la farò, sarà buono, sarà uno schifo? Nel frattempo il mio caro amico Daniele mi ha consegnato un suo manoscritto per avere un parere tecnico e spassionato.

Ho paura. Giudicare il lavoro di scrittura di un amico è una di quelle pratiche da cui sarebbe saggio tenersi alla larga, fermo restando che né io né lui abbiamo quindici anni e siamo perfettamente in grado di accusare i colpi più duri. Ma sarà vero fino in fondo?

Leggere il suo romanzo, un’opera così diversa dal mio stile e dalla mia visione, mi pone di fronte alla necessità di contemplare con equidistanza un approccio che sfida il mio, tanto impressionista quanto il mio, ammettiamolo, tende alla trasparenza (ma spero non sia semplicistico) in nome di una assidua vocazione all’accessibilità.

paesaggio
La pennellata c’è ma non si vede

Daniele, che anni fa pubblicò un romanzo di ottocento pagine estremamente divisivo per Sperling & Kupfer, è uno scrittore che sfida il lettore, imponendogli le sue regole, la sua andatura talvolta forzata, la sua musicalità ricercata ma non per tutti. Il risultato è che c’è chi ha amato il suo romanzo alla follia e chi lo ha odiato, come si evince dalle tante recensioni.

E veniamo a me. Un ghost writer deve scrivere per tutti, ovvero per un pubblico indifferenziato di lettori/non lettori, rivolgendosi alla platea più ampia possibile. Ancorato a questa nozione è possibile che con il passare del tempo abbia tarato il mio tono di voce naturale in una forma eccessivamente impersonale. Non lo escludo.

Come ghost writer ho fatto della limpidezza una delle mie principali armi vincenti. Una qualità che clienti ed editori hanno finora enormemente apprezzato. Di fronte al lavoro così personale del mio amico non posso che constatare quanto la mia prosa sia per certi versi invisibile.

Ci devo riflettere, non tanto in funzione della mia attività di ghost writer, in cui ogni velleità di personalizzazione deve essere cassata all’origine, ma in quella di autore delle mia pagine.

Anche se devo ammettere tuttavia che lo stile che preferisco è di solito quello che non si nota. Uno stile senza stile, un po’ come in quei paesaggi ottocenteschi in cui la pennellata c’è ma non si vede.

Dov’è esattamente il confine fra accessibilità e banalità? Lo chiedo a chi scrive. Ci avete mai pensato?

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