Fa più male di quanto meriti

Le mie montagne bruciano. I soliti piromani. Ho scritto di getto questa cosa. Vorrei che fosse una storia vera.

Pagarono in anticipo e profumatamente. Erano un comitato di cittadini responsabili, ecologisti, vegetariani e con le palle girate dopo il terzo incendio in due anni. Nell’ultimo, divampato da tre focolai distinti, aveva perso la vita un volontario dei vigili del fuoco di trentaquattro anni, che da tre mandava avanti la cartoleria di Lera. Una bombola del gas, un’esplosione che aveva demolito un muro portante.

incendio

In qualche modo vennero a sapere di me. Mi contattarono attraverso i soliti canali, pagine di gattini sui social. Gattini esplosivi. Usarono le parole giuste, e mi degnai di rispondere. Quei probi cittadini avevano davvero un diavolo per capello ed erano disposti a pagare. Così incontrai i loro rappresentanti: un barbiere sulla sessantina e una estetista intorno ai cinquanta, imbolsita e piacente.

Dissi: “Come avete saputo di me?”

Dissero: “Voci che girano, non eravamo sicuri che esistesse davvero.”

Dissi: “Esisto.”

“E costa un bel po’” disse il barbiere. Portava i capelli lunghi, boccoli argentati e baffi alla Pecos Bill.

“Non sono io quello che ha un problema di incendi,” dissi

“Però lo ha avuto in passato.” Alludeva alle piaghe di carne lustra della mia faccia ustionata.

Spiegai loro come funzionava e che una volta pagato (tutto e subito) non avrebbero avuto alcun modo di fermarmi, né tanto meno di contattarmi. Sembravano esitanti, così feci per alzare i tacchi, ma la donna disse: “Ci stiamo.”

Dissi: “Pagamento in contanti,” e loro mi allungarono un borsone. Era farcito di pezzi da cinquanta.

“Siamo d’accordo.”

“Beccalo, chiunque sia, e fai il tuo lavoro.” Questa era il barbiere.

Dissi: “Nessun ripensamento.”

“Neanche per sogno.”

Dissi: “Dovrebbe tagliarsi i capelli.” Non sopporto i capelloni, forse perché insieme ai lineamenti ho perso anche i miei follicoli. Non importa, avevo quello che mi occorreva. Il permesso di andare fino in fondo. I soldi sono un lasciapassare simbolico. Le persone funzionano così.

Mi trasferii sulle loro montagne, costruii una serie di ripari, mi nutrii di radici per sette mesi, nei lembi di foresta superstiti. Cacciai a mani nude fino a diventare ciò che mi riesce meglio: una emanazione di carne fusa del genius loci. Lo spirito di quelle vallate straziate dal fuoco, come il mio corpo, si immerse nel mio sangue e ne emerse urlando di euforia. Mi gettai nei torrenti e pescai a mani nude, mentre gli dei silenti dei boschi si impadronivano di me ed erodevano le ultime tracce di umanità. Mi persi e mi fusi con i costoni e i greti e gli acrocori, le scarpate e tutto ciò che sopravviveva sotto la cenere.

Il piromane aveva agito con metodo, tre colpi in due anni, neanche un indizio. Ma a me non ne serviva nessuno. Ciò che restava del bosco mi avrebbe detto di lui. A patto che mi perdessi, mi dissipassi, permettessi a tutto ciò che mi rendeva ancora umano di dissolversi. Sapevo farlo, sapevo come. Lo avevo imparato bruciando, sciogliendomi come una candela di sego prima dell’arrivo dei soccorsi. Mi avevano trovato in mezzo alla devastazione, ancora vivo, corroso fino alle ossa e cantilenante. La foresta gemeva con la mia voce, chiedeva pietà nei miei lamenti. Io e lei una sola cosa. E adesso questo bosco, i i suoi lembi superstiti che chiamano il mio nome segreto, che mi riconoscono e dicono: “Noi sappiamo. Vieni.”

Dopo sette mesi ero poco più vivo di una massa di muschio ingrommato su un tronco. Respiravo un paio di volte al giorno e tanto bastava. Non avevo bisogno di occhi, sentivo la montagna e ogni albero su di essa e ogni foglia o ago su ogni albero. E avvertii l’arrivo dell’uomo, con la sua tanica di benzina e le sue sigarette. Udii lo strofinio del fiammifero e la sua eccitazione febbrile.

Aprii le mani e lo inghiotti nel mio suolo fertile. Aveva poco più di vent’anni, un coglioncello qualunque, ma più pericoloso del virus Ebola. Lo avvolsi nell’abbraccio degli strati di suolo, fino alla roccia madre, che si spaccò per accoglierlo e si richiuse sulle sue urla soffocate. I suoi succhi colarono in profondità, nutrendo la foresta piagata, fino al centro della Terra, i suoi pensieri di morte infiltrarono i miei. Dopo il fuoco sarebbe passato ai bambini, quella miccia era quasi consumata.

Mi occorse una settimana per riacquistare forma umana. La parte peggiore fu il rigenerarsi degli organi interni. Essere umani fa più male di quanto meriti. Passando davanti alla bottega del barbiere lessi su un cartello: CHIUSO PER LUTTO. Sapevo fin troppo bene cosa intendeva dire.

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