Il coraggio di scrivere a tempo pieno

Conosco tanti scrittori. Gente fantastica. Quasi nessuno di loro ha lasciato il lavoro per scrivere a tempo pieno. Sanno che è da malati di mente. Hanno famiglia, figli, mutui. Qualcuno mi dice: tu sì che hai coraggio. Ma non è coraggio. Ora vi spiego. Scrivere a tempo pieno. Diavolo, altro che coraggio. Ve lo spiego alla mia maniera.

ghostwriter

Conclusa l’università mi chiesi: perché diavolo dovrei desiderare di essere assunto da una grande azienda? L’idea di avere un ufficio tutto mio mi riempiva di sgomento. Che senso aveva? Fuori dalla finestra le auto andavano avanti e indietro senza meta, dentro gli uffici aleggiava un silenzio ipnotico.

Riuscii a entrare da stagista in una nota organizzazione, un premio letterario. Ero al settimo cielo, disposto a indossare giacca e cravatta pur di restare. Ma c’era qualcosa di strano. Nessuno parlava di letteratura, tutti avevano paura del capo. Era uno di quei baroni universitari, aveva fondato il premio e si portava a letto il magazziniere, che era geloso di tutti i nuovi stagisti. Mi dicevano di fare attenzione, tutti sapevano che giravano bustarelle. Volevano assumermi, li piantai in asso. E’ così che ho cominciato ed è questo il modo in cui mi hanno insegnato a restare con i piedi per terra. Nessuno mi avrebbe mai pagato per occuparmi davvero di letteratura, a nessuno importava un accidente. Soldi, vanità, era tutto lì. Il presidente del premio letterario si beccò dodici anni di carcere.

Diversi lavori a termine dopo, la prima volta che mi licenziarono con un calcio in culo, mi sedetti al bordo della strada e guardai passare le auto per mezz’ora. Mi chiesi: dove sta andando tutta questa gente? Tutto quello che volevo era sedermi davanti a una tastiera e scrivere qualcosa di sensato. Ma avevo paura, e un mutuo. Ci ero cascato. Così cercai impiego in un’agenzia pubblicitaria e ci restai qualche anno. Poi di nuovo per strada. Ero in preda al panico, cominciai a lavorare da freelance. Il mercato era cambiato. Ero un copy allo stato brado. In breve, tre studi diversi mi proposero di entrare nel loro organico. Dissi di no al più grande e giocai al rialzo con gli altri due. Non ho mai voluto essere parte di una azienda importante. Non ci vedevo niente di grande, nell’essere uno dei tanti con una medaglia al collo.

Nella pubblicità se non altro scrivevo: frasi bislacche, che suonavano bene. Ma quando conosci tutti i trucchi, cominci a chiederti: tutto qui? Incontravo i clienti e pensavo: sono matti? Me lo chiesi per dieci anni. Ogni giorno era come fumare oppio, ma il suo effetto scemava sempre più in fretta.

Un potenziale cliente voleva vendere un astuccio per cocaina ai milionari annoiati. L’associazione di un certo sport per snob voleva promuoversi presso i giovani, ma il presidente parlava solo di sesso. Vendere prosciutti era altrettanto insensato. Dovevamo mettere i salumieri felici sulle pellicole apri e chiudi delle vaschette, e farla sembrare un’idea degna di Stephen Hawking. Le gare creative non prevedevano rimborsi. Chi vinceva prendeva tutto, gli altri sbranati vivi dai debiti. Se per miracolo eri il primo classificato, ti pagavano a babbo decomposto. Inventammo il tema di un Salone del Libro, eravamo al settimo cielo, vedemmo i soldi dopo dodici mesi. Perché sì.

Parlavo con il 99% delle persone, dei manager, degli imprenditori, dei pezzi grossi e mi chiedevo: cosa c’è che non va in questa gente? Pensavo: esistono monasteri per laici dove possa riparare? Mi chiedevo: sono io o sono loro? Più andavo avanti, più cercavo di capire il mondo, più intuivo che era tutta una follia. Non ero depresso, non ero spaventato. Ero allibito. Gli economisti erano pazzi, gli ecologisti piangevano, ascoltavo i manager discettare e pensavo: schiavi d’alto bordo. Tutto quello che mi chiedevano era di addolcire la pillola per i loro consumatori, che disprezzavano.

“Più facile,” era il ritornello. “I nostri clienti non capirebbero una campagna così creativa.” Non si curavano dei clienti, ingozzavano oche.

Sono andato avanti in questo modo per anni, finché l’ennesimo torrente si è prosciugato. Ma qualcosa era cambiato. In tutto quel tempo avevo guardato in faccia la mia paura di perdere il lavoro, dipendere solo da me stesso, galleggiare nel vuoto. Avevo imparato a muovermi in assenza di gravità. Perché no? Dalle mie parti la gravità è sempre stata ininfluente.

Non sono un ingegnere, non sono un informatico, non sono un contabile, sempre ammesso che per queste categorie il lavoro sia sicuro, in questi tempi liquefatti. Non sono nemmeno un dipendente statale. Sono un creativo turbolento e critico. Non ho nessuna certezza. Ho solo me stesso. Ecco il punto. Dopo aver dato alle stampe Lascia tutto e seguiti, assecondai me stesso. Tutto quello che volevo era lavorare in modo più sensato, possibilmente a casa mia. Oltretutto avevo rotto con la mia compagna. Non le piaceva come scrivevo, e non le piacevo io, un disastro.

Così cominciai a scrivere per conto terzi. Dopo il primo libro ero di nuovo nel vuoto. Niente paura, mi dicevo, dovevo solo continuare a respirare, dopotutto avevo qualche soldo da parte. Poi arrivava un nuovo incarico. Non male. Imparavo qualcosa di nuovo, mi piaceva, vedevo gente con le idee chiare. Scrivere libri era molto meglio. Non potevano dirmi come farlo, perché non ne avevano idea. I libri sono materia più complessa di uno slogan per oche all’ingrasso. Dopo un po’ non dovetti più farmi coraggio. Gli esseri umani si abituano a tutto.

Quindi, vedete, il punto per me è un altro. Non dove trovare il coraggio di scrivere a tempo pieno, ma come sia possibile smettere, adeguarsi, tornare indietro. Alla fine è tutto qui. Sapete quanta gente ho conosciuto che un giorno si è suicidata? Siamo cose fragili. Non ne avete idea. Non è coraggio, è terrore. Alla mia nuova compagna piace come scrivo. L’amo tantissimo.

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4 risposte a "Il coraggio di scrivere a tempo pieno"

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  1. Grazie. “Alla mia nuova compagna piace moltissimo quello che scrivo” è una delle frasi più ottimiste che abbia lette, da un po’.

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