Leggere in mutande davanti agli sconosciuti

Andare in vacanza senza una scorta di libri è un crimine contro la propria umanità. La mia valigia delle vacanze ha spazio per i vestiti e per i libri in pari misura, anche se da quando posseggo un e-reader, la quota per i vestiti è aumentata. Come procede il vostro mese di agosto? Il mio, trascorso nel punto più basso a sud della penisola italiana, è ritmato da sortite in spiaggia, letture e scrittura. Il tutto condito da una ininterrotta immersione di profondità nelle arterie intasate della cucina mediterranea.

Ma torniamo ai libri. Si legge, va da sé, e si legge per la stessa ragione per cui si vive, ossia tutte e nessuna. Mi guardo intorno. In spiaggia noi lettori siamo… uno. Mi sento osservato. Sto leggendo un libro davanti a tutti vestito solo di un paio di mutande. Calabria. Questo anfratto di Calabria. Nella infinita via centrale di Reggio, assediata da un esercito di boutique e negozi di scarpe, c’è una sola libreria. Tutti molto eleganti. Tutti calzanti scarpe da dieci e lode. Tutti potenziali non-clienti del sottoscritto.

Ora, siccome ho un blog e siccome si suppone che ci si scriva più o meno regolarmente (ahahahahaha!), ho pensato di tenervi aggiornati sulle mie letture estive. Noto che si fa così. Quindi, nel caso vi punga vaghezza di sapere che cosa sto leggendo e soprattutto se potrebbe trovare diritto di cittadinanza nella vostra libreria, ecco una rapida carrellata delle mie disordinate, erratiche, eterogenee letture agostane.

Homo deus

Ho cominciato il mio viaggio verso Sud riprendendo “Homo Deus” di Yuval Noah Harari, edizione in lingua originale (perché questa avevo), sperando di trovarvi il perfetto cocktail di nozioni e speculazione intellettuale che mi aveva incantato leggendo “Sapiens”, dello stesso autore.

Be’, un po’ sì e un po’ no. “Homo Deus” ricalca le orme del precedente best-seller senza però prodursi in capriole altrettanto spettacolari fra un’impronta e l’altra. L’ho riposto, per passare a un thriller. Ehi, sono in vacanza.

Dopo essere inciampato in Homo Deus, mi sono tuffato nel romanzo di esordio di Jonathan Carroll: “Il paese della pazze risate”, pubblicato da la Corte editore, che si è aggiudicato il catalogo del grande surrealista americano di stanza a Vienna.

il paese delle pazze risate

Mi è piaciuto? Sì, parecchio e per diversi ordini di ragioni. Il primo è che Carroll pratica un realismo magico senza regole. Tutto può accadere e di norma ciò che succede non è quello che pletore di scrittori ci hanno abituati ad aspettarci in un romanzo fantastico. Il fantastico prevedibile è quasi sempre un genere deleterio e Carroll non lo bazzica. La seconda ragione per cui ho amato questo romanzo è che parla di scrittori e lettori e della speciale relazione che può venirsi a creare fra loro, dando per assodato che la scrittura è magia e chi la frequenta si espone a incantesimi sensibili di andare fuori controllo. In più, “Il paese della pazze risate” è una splendida allegoria del profondo legame emotivo che viene a crearsi fra l’autore e i suoi personaggi quando questi ultimi si animano di vita propria nel corso della stesura. Per inciso, è esattamente ciò che sto sperimentando in questo periodo.

l'estate che cambiò tutto

Ero così compiaciuto da Carroll che ho dato il via a “L’Estate che cambiò tutto” di Beth Lewis, pescato a sua volta dal catalogo di la Corte editore. Sud degli Stati Uniti, primi anni Settanta, un quartetto di adolescenti e il cadavere senza nome di una ragazza. Le torbide atmosfere sonnacchiose di una cittadina retrograda sono agitate da un caso di omicidio e dalle indagini che i giovani protagonisti conducono fra drammi familiari e crescita a strattoni. Ottimo in teoria, abbandonato a metà per sopraggiunta “sospensione della sospensione dell’incredulità”. In tutta franchezza? La Lewis conduce il gioco con mano pesante quando dovrebbe accarezzare la pagina e porta il motore narrativo al minimo un po’ troppo spesso. Naturalmente trattasi di opinioni del tutto personali. Le pagine di alto livello non mancano. Vi invito a scoprire se siete d’accordo.

Contrito, ai limiti del senso di colpa, mi sono lasciato cadere a corpo morto sul terzo volume della serie dell’Assassino di Robin Hobb, ossia “Il viaggio dell’assassino.” Cribbio, avevo bisogno di andare, di mollare i freni. I primi due volumi della trilogia dei Lungavista mi avevano regalato ore di puro diletto, ma anche prolungate sessioni di sbadigli, mentre l’eroe si intratteneva in cicliche e garbate conversazioni a corte con nobili e principesse afflitti da logorrea terminale. Un pegno tuttavia che valeva la pena di pagare data l’abilità della Hobb di premere sui tasti del pathos con repentine accelerazioni mozzafiato.

il viaggio dell'assassino

“Il Viaggio dell’Assassino” si sta rivelando il volume più incalzante del trittico, con un protagonista più maturo e sottoposto a prove degne del martirio di un santo protocristiano. Lotte dinastiche (ma guarda un po’…), pirati, una serrata caccia all’uomo, telepatia interspecie mi stanno regalando ore di lettura immersiva ed emozionante.

Nel frattempo, l’altro ieri pomeriggio, in una edicola di Reggio Calabria mi sono imbattuto nello speciale Millemondi estate 2019 di Urania, “Strani Mondi”, antologia di racconti italiani. I nostri conterranei sanno scrivere fantascienza? Da quel che ho visto leggendo le prime 150 pagine fra ieri e oggi…

Direi che approfondirò la questione in un prossimo post. Statemi bene.

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