Una delle cose migliori che mi siano capitate negli ultimi tempi

Una delle cose migliori che mi siano capitate negli ultimi tempi è stata ricominciare a giocare a Dungeons & Dragons. Avete presente? Gioco di ruolo, dadi, avventure e personaggi immaginari in un mondo fantastico, amici intorno a un tavolo, birra e patatine, una volta a settimana se riusciamo.

giocatori di ruolo

Nel mio periodo universitario sono stato un giocatore e un master di giochi di ruolo. Non solo di D&D. Ho giocato al Richiamo di Cthulhu, a Cyberpunk 2020, a Vampiri… E ho tentato di mettere insieme una squadra di GURPS Fantasy, ma quell’epoca era finita e i volumi giacciono pressoché intonsi nella mia libreria Ikea, accanto alla scatola rossa di Dungeons & Dragons, al cui interno ho stipato una raccolta di memorabilia di vario genere. Per quanto mi riguarda, uno degli aspetti più sorprendenti di quella esperienza è il modo in cui la ricorda a distanza di anni chi vi prese parte .

Eravamo giovani, scapoli e senza figli, né tanto meno c’erano carriere importanti da mandare avanti (per chi ha queste cose). A più di venticinque anni da quelle serate, padri di famiglia, manager di multinazionali e docenti universitari sorridono malinconici. Ricordano i giorni in cui forzavano serrature e infilzavano goblin.

Forse non rammentano tutti i dettagli, ma sicuramente l’atmosfera che si veniva creando, e le emozioni. Perché le avventure sono immaginarie, ma ciò che provi è sempre reale, a prescindere da cosa lo provochi. Un film, un libro, la vita (più raramente). Oppure una storia che si dipana sul palcoscenico condiviso di un immaginario comune, come avviene con i giochi di ruolo.

Se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi anni è che il cervello non distingue chiaramente fra un’esperienza reale e una vividamente immaginata. Con i giochi di ruolo tutto consiste nello stimolare l’immaginazione nel modo più vivido possibile. In fin dei conti è questo il lavoro del master. Un lavoro che mi entusiasma tuttora e di nuovo, dopo tanti anni.

dungeon master

In effetti fare il giocatore era fantastico, ma essere il master, ossia l’arbitro/narratore, mi entusiasmava ancora di più. E quanto pare ci ero piuttosto tagliato. Interpretare i personaggi non giocanti, descrivere ambienti e azioni. I suoni, l’atmosfera, gli indizi. Aveva così tanto in comune con la mia passione per la scrittura. Li tenevo in pugno, i giocatori.

Dopo tutto questo tempo, il venerdì o il sabato sera monto in macchina e guido fino a Torino con i miei manuali di Dungeons & Dragons, un sacchetto di dadi, una scorta di matite e lo schermo del master. Ho in testa una storia da imbastire, non vedo l’ora che prenda vita e so che tutto sommato saprò come raccontarla. Tanti anni di scrittura sono serviti anche a questo. L’appartamento è al settimo piano, il lungo tavolo rettangolare in legno è avvolto in un intenso fascio di luce e ci sono manifesti cinematografici appesi dappertutto, pezzi da collezione. Accanto alla TV, staziona un E.T. in formato uno a uno. Sulla porta della cucina è fissata una katana e teste di mostri della storia del cinema horror affollano una scansia.

Intorno al tavolo ci sono sei amici e un’altra se ne sta aggiungendo. Erano anni che non frequentavo regolarmente così tante persone. Scrivere può essere un’attività molto solitaria e ognuno ha la sua vita da mandare avanti. Ci si sente al telefono e via Skype, ma ci si vede sempre meno.

Sto verificando che condividere una esistenza immaginaria nella cornice di uno scenario fantastico è ancora uno dei pretesti migliori per vedersi in carne e ossa, per stabilire rapporti umani senza altro scopo che stare insieme, un privilegio che mi pare sempre meno accessibile. Così succede che l’immaginario sostiene il reale, lo rafforza e rende migliore. Io non potrei esserne più felice, perché tutti abbiamo bisogno di amici. Anche chi ne ha tanti immaginari (non sono pazzo, mi capita di scrivere storie),che però non sempre bastano a sentirsi apprezzati.

Non ho figli, e sicuramente non ho una carriera importante, ma so ancora come raccontare una storia a un gruppo di donne e uomini che abbiano la capacità e la voglia di sognare. A qualcuno può sembrare poco, ma io voglio credere che non so lo sia. Voglio credere che valga ancora la pena di intrufolarsi in quei dungeon e combattere i goblin. Fra tante cose che passano, questa è una di quelle che restano.

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