Cari disadattati culturali

Una società arrivista è “arrivata“. Che strano, eh?

A volte scrivi una cosa che scatena il finimondo. Se poi la scrivi durante il finimondo, l’effetto è centuplicato. Grazie a chi ha condiviso Non voglio che tutto torni come prima, sui social e in sé. Grazie perché mi sento meno solo.

In fin dei conti è andata bene. Nonostante mi sia dichiarato a gran voce un disadattato, un lettore soltanto ha pensato di consigliarmi di andare in terapia “per il mio bene e quello della mia famiglia.” Non bene, di lusso.

Ma soprattutto nelle tante conversazioni che hanno proliferato ho imparato che non sono un disadattato generico, cosa che a dire il vero mi dava il tormento. No, a un certo punto su Facebook qualcuno ha ipotizzato che noi “disadattati culturali” siamo più di quanto si immagini.

Un genio. Chiunque abbia coniato questa definizione lo è per forza. Vedi che Facebook non è tutta fuffa?

Disadattato culturale. Ha un senso che va oltre la comprensione immediata, si riverbera nel passato e nel futuro, mi acceca dolcemente. Mi aiuta a capire dove si trova il nodo, lo gnommero. Disadattato sì, ma culturale. Non sto ironizzando, è magnifico.

Disadattati culturali. Noi che non vogliamo o non riusciamo ad aderire del tutto o in parte al modello di sviluppo antropofago, che cerchiamo di rallentare, di crearci un’alternativa possibile, per quanto faticosa e alienante talvolta sia. Ma soprattutto noi che ci sentiamo fuori posto in un posto che ci pare fuori da ogni logica, benché tutti vadano avanti come niente fosse.

Disadattati culturali.

Abbraccio questa definizione, mi ci tuffo e la riconosco. Anche perché implica che il mio non è un impiccio di natura esclusivamente soggettiva, quindi psicologica o emotiva. Il mio disadattamento è di natura plurale. Ci sono di mezzo anche gli altri.

Non io, ma noi. Non solo dentro, anche fuori. Non sono pazzo. Sono di un’altra cultura. Di un altro popolo. Non so ancora quale. Sono straniero in terra straniera. Ma a questo c’è rimedio.

Nel manuale di antropologia culturale di Marvin Harris (il primo esame che diedi all’Università quando i Marillion erano il mio gruppo preferito e mio padre era ancora vivo e in salute), l’autore scrive:

Il termine cultura indica le tradizioni socialmente apprese ed acquisite e i modi di vivere dei membri di una società ivi inclusa la loro maniera strutturata e reiterata di pensare, sentire ed agire (cioè di comportarsi.)

Una maniera strutturata e reiterata. Il che mi porta a pensare ai memi. è importante, seguitemi un secondo.

Ho più volte riflettuto, anche su un paio di libri che ho pubblicato, a proposito del fatto che tutti noi siamo vittime dei memi che circolano nella nostra cultura di adozione. Questo fenomeno, da solo, ci plasma come palline di creta. I memi, li abbiamo assorbiti, fanno parte di noi, come i batteri, come le nanoparticelle che respiriamo. E i memi possono essere delle brutte bestie, al pari dei virus. Chiariamo, però, non mi riferiscono alle vignette su Facebook. Non a quei memi.

I memi di cui parlo sono unità autoprogantisi di evoluzione culturale. Sono l’equivalente culturale dei geni: anziché agire sul piano dell’organismo, lo fanno nella dimensione culturale, e senza richiederci alcuno sforzo. fanno tutto loro. Si scaricano da soli, si installano, si perpetuano. Come? ogni volta che li peroriamo. basta una conversazione, un articolo, un libro. Non dico che siano dotata di vita, ma insomma… ci siamo vicini. Entrano nel sistema e vi mettono radici. Noi siamo i loro carrier, i portatori.

La maggior parte delle tue opinioni, non sono tue; sono memi nati prima di te. Al limite sei tu che appartieni a loro. Li hai assorbiti inconsapevolmente respirando quello che si dice in giro. Si sono accasati nel tuo apparato culturale, che condividi con quelli come te: il tuo gruppo dei pari, la tua famiglia, i colleghi, la nazione. Identità culturale, mi spiego? Pensi di avere un parere e invece hai un meme.

Ma se guarisci, se sviluppi degli anticorpi e te ne liberi, che succede? Che diventi un disadattato culturale. Allora comincia ad avere opinioni difformi, distoniche, in conflitto. E non capisci più di cosa stiano parlando, quando parlano di ciò che tutti ritengono imprescindibile.

Diverso tempo fa ho cominciato a interrogarmi sui cittadini di etnia rom. Quelli che abbiamo la licenza di disprezzare, avete presente? Quelli che “sono tutti ladri” e hanno un modo di vivere inaccettabile e incomprensibile.

Con tutta la diffidenza che provavo nei loro confronti, ho intuito che ci fosse dietro qualcosa di più. Perché ne diffidavo tanto? Se io ero un disadattato, come mi sentivo, loro che cos’erano? Così ho cominciato a lambiccarmi con l’idea che i rom in millenni non hanno mai aderito al nostro sistema, non si sono adeguati. Vivono fra di noi, ma hanno un loro modo, assai diverso, di vedere le cose. Sono disadattati, ma lo sono sulla scorta di una cultura che ha sempre respinto fieramente i valori dell’arrivismo, del produttivismo, dell’efficienza, della competizione sfrenata.

Un manager stronzo rom io non l’ho mai conosciuto .

Ho scritto un romanzo e ho voluto che i rom avessero un ruolo nella storia, perché mi interessava mettere a confronto noi e loro. Un disadattato culturale italiano e un rom, perfettamente adattato nella sua cultura diventano buoni amici e si mettono a indagare su una serie di delitti. È inedito, non so se qualcuno lo vorrà pubblicare. Il punto adesso non è questo ma che i rom non mi piacevano affatto, quando ho cominciato a ragionarci. Ero imbevuto di pregiudizi, di memi. Così per guarire dal mio meme antizigano (che in Italia si è propagato alla grande), ho studiato.

Ho ordinato il libro più completo sui rom in commercio e l’ho letto, con la scusa di dovermi documentare per il romanzo. Si chiama Rom, questi sconosciuti, e l’ha scritto un rom di nome santino Spinelli, che è un docente, uno scrittore e un musicista.

Ecco, se vogliamo un esempio plateale di scostamento culturale e quindi di memi in azione, basta guardare a loro, i cosiddetti (erroneamente) zingari. Che poi sono in parte anche italiani, ma italiani di una cultura per certi versi aliena. Tanti memi differenti, che agiscono e si tramandano da millenni, per mantenere in vita una alternativa possibile, benché da sempre invisa.

Ora, non intendo mettere i rom su un piedistallo, hanno anche loro dei problemi che levati, ma mentre il nostro paradigma si sfracella, lo stesso che loro hanno sempre deriso sotto i baffi, mi viene sempre più spontaneo pensare che almeno il nostro modello suicidale, a loro non lo possiamo imputare. Questo no. Abbiamo fatto tutto noi.

Una cultura basata sulla dignità dei poveri, sul senso della comunità, sulla solidarietà più che sulla competizione. Una cultura in cui il lavoro non nobilita l’uomo, ma è l’uomo che nobilita il lavoro. Una cultura in cui il povero non è disprezzato. Di questo abbiamo bisogno adesso. O no?

Con il mio ultimo post ho scatenato un putiferio. Tutti d’accordo che così non si può andare avanti. Benissimo. Ma poi l’emergenza passerà. Poi, benché spaventati, lo sarete un po’ meno. Allora l’ondata emotiva non sarà più sufficiente. In effetti, per chi vorrà proseguire sulla strada di un costruttivo disadattamento culturale, sarà necessario capire di più, e per capire sarà indispensabile studiare. Ma per studiare non basterà comunicare fra di noi sui social.

Libri. Questo blog si chiama La Fattoria dei Libri. Il motivo è che abbiamo bisogno sia di coltivatori che di intellettuali. Se poi le due figure coincidono tanto meglio. Io li scrivo, ma soprattutto li leggo, i libri. La nostra evoluzione passerà per uno studio scrupoloso, anche dei memi che ci hanno infettato culturalmente. Dovremo muoverci come antropologi e guardarci dall’esterno come una cultura in cui siamo incappati nella giungla di cemento.

C’è la dimensione interiore (disadattato mentale) e c’è quella collettiva (disadattato culturale). La seconda adesso è preziosa. Molti che pensano di appartenere alla prima categoria sono solo stranieri in terra straniera. Che sollievo.

Ora torno al lavoro, ho da scrivere un libro per una persona molto più famosa e in gamba di me. E voi avete da leggerne tanti altri, mai come oggi per autodifesa.

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